Perché l’uomo invecchia

Dal momento che ogni cellula dell’organismo viene sostituita diverse volte nel corso della vita, perché allora un essere umano invecchia? Gli scienziati che studiano i complessi meccanismi dell’invecchiamento solo negli ultimi anni, con l’ausilio di sempre più sofisticati strumenti a disposizione, stanno cominciando a districare i misteri del processo organico programmato dell’invecchiamento. Tra i loro realistici obiettivi c’è quello di prolungare di una decina di anni la durata della vita media, ma molto rimane ancora da chiarire circa gli eventi biochimici implicati.

Invecchiamento: un processo naturale

Nondimeno, i gerontologi delle società più avanzate hanno più opportunità che in passato di studiare il problema, poiché ora la gente vive più a lungo. Ancora negli anni ’80, avere 70 anni significava essere anziani, oggi a 70 anni si è appena sbarcati nella vecchiaia, da poco in pensione. Pur tuttavia, il limite estremo massimo dell’età senile è rimasto sorprendentemente costante a 120 anni – nonostante le eccezionali, ma non autentiche affermazioni circa una maggiore longevità in aree come quelle del Caucaso e in Ecuador. Segnalazioni di eccezionale longevità provengono da posti come il Giappone, con una dieta ricca di Omega 3 (derivante dal pesce) e alcune zone della Sardegna, non a caso chiamata l’isola dei Centenari, che ha prodotto una certa attenzione da parte della stampa specializzata inglese e americana. Quantunque l’invecchiamento sia un naturale processo fisiologico, i suoi sintomi spesso somigliano a quelli prodotti da una malattia. Il dolore e la rigidità articolare che si determinano quale risultato dell’accumularsi di anni di usura simulano la sintomatologia di una paralisi articolare sostenuta da un processo patologico. L’instabilità e lo scarso equilibrio conseguenti alla degenerazione della funzione cerebrale somigliano strettamente agli effetti di uno stato infiammatorio virale del cervello; infine, la fragilità e la suscettibilità alle fratture delle ossa dell’individuo anziano non sono dissimili da quelle di un bambino affetto da un particolare tumore osseo.

L’azione dei radicali liberi

Non esiste un fattore che da solo possa spiegare il processo dell’invecchiamento e, pertanto, non esiste alcun metodo in grado di allungare facilmente la durata di vita. I tentativi per opporsi alle devastazioni del tempo rientrano in due ampi gruppi: quelli che si basano su una fondata teoria scientifica, e quelli che non hanno un simile fondamento. Un buon esempio di questo secondo tipo di approccio è quello della utilizzazione della vitamina E, o alfa-tocoferolo, come sostanza anti-invecchiamento. Alcuni esperimenti dimostrarono la carenza della vitamina E nella dieta dei ratti sterili: da questa scoperta, fu un passo breve giungere all’impiego della sostanza come stimolante o ringiovanente, nei casi di impotenza e di perdita della libido sessuale. La vitamina, inoltre, fu ben presto pubblicizzata come tonico anti-invecchiamento generale, ma non esiste alcuna solida prova scientifica che in ampie dosi possa investire o ritardare addirittura l’intero processo. Qualcosa di più si è detto a proposito dei radicali liberi, che sono stati appunto indicanti come i nemici dell’invecchiamento e quindi tutta l’industria della cosmetica ha approfittato proponendo creme anti-radicali liberi come panacee di tutti i mali. In verità, all’allungamento della vita media, prepotente nell’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi, ha inciso in maniera decisiva l’adozione di un miglior standard di vita derivante dalle migliorate condizioni di igiene, di vita, di accesso alle cure mediche e dal progresso scientifico riguardante i farmaci, la prevenzione e la cura delle malattie che possono influire sui processi degenerativi.

Cosa dice la scienza

La scienza, invece, ha un approccio sperimentale ben consolidato. L’approccio scientifico all’invecchiamento ha portato spesso buoni frutti, anche in via incidentale. Uno di questi casi, iniziò con una ricerca su una rara, ma ben documentata, malattia dell’infanzia chiamata progeria. I bambini affetti da questa tragica condizione patologica mostrano segni incontrovertibili di senilità precoce, e tutto l’accrescimento si interrompe all’età di tre anni. Impiegando la tecnica della fluorescenza, i ricercatori scoprirono la presenza di grosse quantità di un pigmento, chiamato lipofuscina, nel cuore, nel fegato, nei reni e nel cervello dei piccoli soggetti affetti dalla grave malattia. Al tempo stesso, anche studi su soggetti anziani dimostrarono un crescente aumento della stessa sostanza tra i tessuti. Altri esperimenti indicarono che il meclofenossato può stimolare i processi catabolici ed altre reazioni chimiche vitali nelle cellule invecchiate e che è, inoltre, capace di agire così validamente anche in aree ischemiche. Sembra probabile che uno dei principali fattori dell’invecchiamento sia la perdita di proteine. Già negli settanta era apparsa verosimile l’ipotesi che l’invecchiamento possa essere riguardato come una perdita di informazione a livello cellulare dovuta o a u danno casuale alla molecola di DNA, o ad un errore nei meccanismi di feedback informazionali. Un esempio di perdita di proteine dai tessuti con l’avanzare dell’età, e che è da tempo noto ai medici, riguarda l’osso: il processo è noto come osteoporosi. Dal punto di vista anatomico, si determina una riduzione della massa di tessuto osseo per unità di volume, man mano che l’individuo invecchia, in particolare dopo la quarta decade di vita. Ciò spiega parzialmente la diminuzione dell’altezza somatica che appare nelle persone anziane, dovuta ad osteoporosi vertebrale. Questa perdita di tessuto osseo è due volte più frequente nelle donne rispetto agli uomini, suggerendo che una qualche perdita di informazione a livello cellulare consegua al declino della produzione di ormoni sessuali femminili (gli estrogeni) dopo la menopausa.

Gli esperimenti hanno peraltro dimostrato che uno scarso apporto dietetico di calcio e la carenza di vitamina D, che è sintetizzata nella cute, sono cause addizionali di invecchiamento scheletrico. Oggi, dunque, è possibile ritardare, o persino far regredire, l’osteoporosi mediante somministrazione medica di calcio e di vitamina D per via orale.

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