Capire il terrorismo: vittime e problemi

Con le ultime notizie sempre più preoccupanti sulla sorti dei sequestrati italiani in Siria (padre Dall’Oglio e due giovani cooperanti) risale agli onori della cronaca il problema del terrorismo internazionale. Il terrorismo è un fenomeno con cui noi italiani abbiamo dovuto fare i conti fin dagli anni Sessanta, con quella che è stata chiamata strategia della tensione, cioè una serie di attentati molto gravi nei quali si sospetta la partecipazioni di elementi deviati dei Servizi Segreti. Lo scopo sarebbe stato quello di favorire una situazione di disordine per instaurare un regime di tipo militare, al posto della fragile neonata democrazia post-fascista. Successivamente negli anni Settanta è stato il terrorismo di matrice rossa a diffondersi, con un’organizzazione molto capillare, riconoscibile e con dei mirati scopi politici: le Brigate Rosse. Questa formazione agiva da sinistra per combattere l’ordinamento statuale, colpendo anche servitori dello stato. Autentiche vittime del dovere e vittime del terrorismo, morte nell’adempimento dei loro gravosi compiti: magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti di scorta, giornalisti, sindacalisti, impiegati e dirigenti aziendali.

Una scia di sangue che culmina nell’assassinio di Moro

In mezzo tante vittime del dovere e del terrorismo

marcobiagiLa lotta al terrorismo in Italia è stata estremamente dura. La strategia delle Brigate Rosse era volta a sfaldare l’asse DC-PCI che era stato costituito nel nome del compromesso storico, dai due leader eminenti dei più vasti partiti popolari italiani. Enrico Berlinguer e Aldo Moro avevano capito che per modernizzare il paese, dovevano guardarsi in faccia, mettere in campo le soluzioni per i problemi annosi che affannavano la società italiana. Il boom economico era finito e la crisi avanzava, ovunque si registrava un aumento dei licenziamenti, delle stagioni degli “autunni caldi”, la crisi petrolifera avrebbe contribuito a contrarre i consumi, incidendo sui bilanci familiari e su quelli delle principali aziende italiane. A questo malessere economico si associava una diffusa incertezza sul futuro e sui diritti acquisiti. Da un lato il vecchio stato conservatore veniva abbattuto con il referendum sul divorzio, da un altro lato rimanevano forti le resistenze al cambiamento. L’asse politico che governava l’Italia da un quindicennio aveva perso slancio e toccava ai principali partiti, detentori del 70% di voti, fornire una risposta coerente. Se il compromesso storico era una novità coraggiosa per la DC, per il PCI determinò un momento di vera e propria crisi ideale e identitaria, nella quale è facile rinvenire le radici profonde del terrorismo di matrice marxista e anti-capitalista. Contrari alla politica del compromesso storico, i gruppi terroristici principali, ora richiamandosi a ideali leninisti o comunisti, ora a meno identificabili proclami anarchici, raggiunsero l’apice con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, il leader della DC, più volte presidente del consiglio e fautore della strategia del dialogo fattivo col Partito Comunista Italiano. In mezzo e ancora dopo altre vittime del dovere e del terrorismo, che hanno spinto lo Stato a reagire creando una serie di pacchetti legislativi volti a distruggere il fenomeno. La vittoria dello stato, dopo la legge che favoriva il pentitismo e la dissociazione, è stata quasi completa, a parte il grave rigurgito degli anni Novanta che ha portato alla grave perdita di Massimo D’Antona e Marco Biagi, eminenti esponenti di quel mondo accademico che guarda con modernità alle dinamiche del mondo del lavoro.

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